Osservo spesso il mondo intorno a me, in azienda, nelle dinamiche familiari o anche solo passeggiando per strada. Quando c'è caos, tutti corrono. Tutti sembrano incredibilmente occupati, le agende scoppiano, le chat non si fermano. Eppure, stringi stringi, si conclude pochissimo. Il caos è quella forza invisibile che rallenta tutti i processi, ingolfa le operazioni e, piano piano, ti prosciuga la voglia di fare.
Il caos degli armadi: l'energia che serve a cercare, non a fare
Mi è capitato di pensarci diverse volte, magari stando in casa da solo. Mi serve un oggetto, apro un armadio e... mi fermo. Ecco, dovete sapere che Veronica, mia moglie, non è proprio avvezza a tenere organizzati gli armadi. Per lei un cassetto è un contenitore: quello che ci metti dentro serve fondamentalmente per toglierlo dalla vista o non farlo impolverare. Fine della sua utilità logica.
Così, mentre cerco una cosa specifica che sono convinto sia lì, mi ritrovo davanti a tutt'altro. Un orologio nel cassetto della cucina. Una tazza piena di penne e matite insieme ai piatti (solo per non farle toccare ai bimbi). Per carità, per lei ha un senso (o forse no, chi lo sa), ma per me è caos puro. Questo caos fa perdere tempo, è demotivante, fa passare la voglia di prendere qualsiasi iniziativa.
A volte, lo ammetto, mi prendono i "5 minuti": mi arrabbio forte, tiro fuori tutto e inizio a sistemare e spostare secondo un mio schema mentale preciso (dicono che noi nati sotto il segno della Vergine siamo schematici e maniaci dell'ordine). Ma al di là dello zodiaco, la verità è che in mezzo al disordine, l'energia che dovresti usare per fare qualcosa, la sprechi per cercare di farla.
E se ci dessimo delle regole ferree?
E allora viene spontaneo chiedersi: e se ci fossero delle regole? Se ci dessimo ognuno delle regole ferree in famiglia, sul lavoro, persino con noi stessi, cosa succederebbe?
Ve lo dico io: ci ritroveremmo esattamente nella situazione opposta. Non si finirebbe niente, semplicemente perché non si inizierebbe neanche.
Quando ci sono tante regole, il solo pensiero di dovermi attenere a una griglia specifica o di seguire dei diktat (imposti o auto-imposti) mi blocca ancora prima di partire.
Tre settimane di ebike, poi tre mesi di bici ferma
Vi faccio un esempio pratico. Qualche tempo fa mi sono dato una regola: "Ogni settimana mi alzerò presto la mattina, 2 o 3 giorni, e andrò a farmi una sessione di un'oretta con l'ebike".
Sapete cosa è successo? Ho resistito tre settimane. Poi, per tre mesi, la bici non l'ho più toccata.
Il sapere che dovevo farlo per forza, che mi ero ingabbiato da solo in un regolamento, mi ha prosciugato. Andare in ebike non era più una "passione", non era più un momento di evasione. Era diventato semplicemente un compito.
Il "devo" è un veleno lento per la motivazione
L'estremo opposto del disordine è la prigione dorata del dovere. Ultimamente faccio sempre più caso alle parole che usiamo tutti i giorni. Sento continuamente pronunciare frasi come: "Devo andare in palestra", "Devo andare a cucinare", oppure "Devo dimagrire".
Mi fermo e me lo chiedo, e dentro di me vorrei chiederlo anche a loro (ma non lo faccio mai, resta un mio pensiero fisso): Chi te lo obbliga? E soprattutto, per quale motivo?
Ci riempiamo la vita di regole auto-imposte mascherate da necessità assolute. Sembra quasi che, per dare un senso alle nostre giornate o per non sentirci in colpa, dobbiamo per forza trasformare ogni attività in un obbligo contrattuale con noi stessi. La regola ci fa sentire in controllo, ma ci svuota dentro. Quell'incessante ripetere "devo" è un veleno lento per la motivazione. Appena pronunciamo quella parola, il nostro cervello smette di vedere un'azione come un piacere e inizia a percepirla come una fatica.
Diventiamo così maestri del sabotaggio per aggirare le nostre stesse regole. "Stamattina ho sonno perché ieri ho lavorato tanto, quindi in bici non vado, ci vado domani". Oppure: "Il tempo non è proprio dei migliori, tira vento, magari prendo freddo". Le regole ci forniscono l'alibi perfetto. Ci portano dal lato diametralmente opposto del caos, ma il risultato non cambia: restiamo fermi.
Dalle regole ai sistemi basati sulle scelte
E allora, dove si trova l'equilibrio tra questi due estremi? Come si sopravvive al pendolo che oscilla tra l'energia dispersa del disordine e l'immobilità causata dalle imposizioni?
La risposta non è cercare una regola più morbida, ma smantellare proprio il meccanismo. Significa smettere di parlare di regole e iniziare a costruire sistemi basati sulle scelte.
Un sistema non ti impone un comportamento rigido, ma è un processo flessibile pensato per facilitarti la vita. Se riordino l'armadio di Veronica non è per assecondare la "Legge Suprema dell'Ordine in Cucina", ma per creare un ecosistema che domani, quando sarò di fretta, mi permetterà di trovare subito quel piatto, senza stress. Il sistema non ti giudica se sbagli; semplicemente ti aiuta quando ne hai bisogno.
Riprendersi la libertà dell'intenzione
E per noi stessi, il passo decisivo è riprenderci la libertà dell'intenzione. Invece di ripetermi che sono obbligato ad andare in ebike tre volte a settimana, mi basta ricordarmi che, quando la testa scoppia, la bici è lì pronta per me. Nessuno mi costringe, sono io che lo decido. Magari ci sarei andato lo stesso per tre mesi di fila, ma portandola avanti come una scelta consapevole, completamente libero dall'ansia di dover timbrare un cartellino invisibile.
Non è facile camminare su questo confine. È un lavoro continuo su se stessi, per bilanciare l'istinto di incasellare tutto e il nostro innato bisogno di libertà, per non sentirci in trappola dentro le nostre stesse vite.
Questo è il filo su cui sto cercando di camminare ultimamente. E voi? Come vivete questa dicotomia? Siete navigatori del caos o prigionieri del vostro stesso "devo"?
