Due settimane fa mi sono svegliato con una sensazione di pesantezza opprimente. Avevo tantissime cose da fare lavorativamente parlando, il senso di colpa per non riuscire a stare dietro alla mia famiglia come vorrei, e quella frustrazione costante di dover inseguire sempre tutto e tutti.

Quando arrivo a questo limite, il mio istinto primordiale è uno solo: isolarmi. Sento il bisogno di non parlare con nessuno, chiudermi in me stesso per riflettere e cercare di rimettere in ordine i pensieri.

Quando ero più giovane, affrontavo questi momenti in modo molto diverso: semplicemente, me ne fregavo. Sarà stata la spensieratezza, l'immaturità dei vent'anni o l'inconsapevolezza di come funziona realmente il mondo. Ma oggi, a quasi 48 anni, con due aziende da mandare avanti, persone che contano su di me e una famiglia sulle spalle, non posso più permettermi di affrontare la vita voltandomi dall'altra parte. Devo fermarmi, riflettere e capire.

Il problema è che, chiudendomi a riccio, finisco per innalzare un muro. In quei giorni mia moglie Veronica mi vedeva strano e continuava a chiedermi: "Che hai fatto? Ti è successo qualcosa?". E io, puntualmente, rispondevo con la classica frase di chi non vuole pesare sugli altri: "Non c'è niente, tranquilla... è solo un momento no".

L'illuminazione in un video TEDx

Proprio in quei giorni di chiusura totale, mi è apparso davanti un video TEDx in cui l'atleta olimpica Alexi Pappas raccontava la sua storia. C'è un concetto nel suo discorso che mi ha letteralmente folgorato: la "regola dei terzi".

L'idea è tanto semplice quanto potente. Quando stiamo cercando di crescere, di costruire qualcosa o di affrontare un percorso impegnativo, non possiamo aspettarci di sentirci bene tutto il tempo. Secondo questa regola, in un percorso di vita o professionale sano, è normale avere:

  • 1/3 di momenti buoni, in cui tutto sembra funzionare a meraviglia;
  • 1/3 di momenti medi, in cui le cose vanno semplicemente "ok";
  • 1/3 di momenti difficili, in cui ci sentiamo stanchi, incapaci, frustrati o pieni di dubbi.

Il punto cruciale è che una giornata negativa non è il segnale che stiamo fallendo. È una parte fisiologica del viaggio. La frase che sintetizza meglio questo concetto è:

“It’s a bad day. It’s not a bad life.” (È una brutta giornata. Non è una brutta vita.)

Inoltre, c'è un passaggio bellissimo in cui racconta di quando, non riuscendo a correre ai tempi previsti, il suo allenatore le tolse l'orologio. Lo fece per insegnarle una lezione fondamentale: non puoi controllare sempre il risultato finale, ma puoi controllare il tuo sforzo. La domanda non deve essere "Sto andando abbastanza bene?", ma piuttosto "Sto facendo del mio meglio, date le condizioni di oggi?".

Quel giorno, il suo allenatore le ha insegnato a diventare coach di se stessa. E, indirettamente, lo ha insegnato anche a me.

Il link del video lo trovate qui: Alexi Pappas - why i love my bad days

Rompere il muro del silenzio

Sentendo quelle parole, mi si è accesa una lampadina. Stavo facendo un errore enorme: stavo valutando l'intera mia vita basandomi solo su quelle due o tre giornate storte.

Probabilmente il mio cervello, di fronte all'accumularsi di lavori, clienti, progetti e desideri familiari, stava cercando di fare un "reset". Il mio inconscio mi stava dicendo: "Giorgio, fermati. Guarda le cose in una prospettiva più ampia, non limitarti a questi tre giorni di nebbia".

Ho capito che il mio atteggiamento di chiusura era non solo inutile, ma dannoso. Le cose vanno affrontate subito. Il rischio di tenersi tutto dentro è di ferire le persone che ci amano. Dicendo a Veronica "Non ho niente", la stavo respingendo nel momento esatto in cui lei cercava di aiutarmi, e in cui io avevo più bisogno di lei. Questo avrebbe potuto allontanarla, e allontanare me da lei.

Così, dopo aver visto il video, ho svoltato la mia giornata. Ho abbassato le difese e ho iniziato semplicemente a parlare con lei, confrontandomi su quello che stavo provando e sul peso che sentivo addosso. Ha funzionato. In un secondo, quella pesantezza che mi trascinavo da giorni è svanita, e ho riacquisito la forza che mi serve per portare avanti la mia vita.

Una bussola per le nostre decisioni

Per me la regola dei terzi funziona eccome. Ci insegna l'autogestione psicologica: accettare le oscillazioni, smettere di giudicarci per un singolo momento di debolezza e, soprattutto, condividere il carico con chi ci sta accanto.

Ma c'è di più. Questa regola nasconde un elemento di calibrazione fondamentale che possiamo usare come vera e propria bussola per la nostra vita.

Se è sempre tutto facile e piacevole, forse siamo fermi nella nostra zona di comfort e non stiamo crescendo. Se le giornate no, invece, superano quel fatidico terzo e diventano la maggioranza, significa che il carico è insostenibile.

Le giornate storte ci stanno, sono solo giornate. Se buttiamo un giorno della nostra vita, va bene. Se ne buttiamo due, va bene lo stesso. Ma se quei giorni diventano mesi, e poi anni, allora c'è qualcosa di profondo che non va.

Se le giornate no diventano la totalità della nostra esistenza, dobbiamo smettere di tergiversare. Bisogna guardare in faccia il problema, affrontarlo e avere il coraggio di prendere decisioni drastiche per cambiare. Perché la vita è una sola.

Se più persone si ispirassero a questa regola, forse affronterebbero i momenti bui con meno ansia, non respingerebbero chi cerca di aiutarli e, soprattutto, troverebbero la spinta per migliorare la propria rotta anziché restare ad aspettare chissà cosa.

Questo è quello che ho imparato io sulla mia pelle in questi giorni. E voi, come affrontate i vostri momenti "no"? Siete di quelli che si chiudono a riccio, o riuscite a chiedere aiuto?