Tra due anni vi rimarrà solo il tempo per scrivere prompt. Tutto il resto lo farà l'AI.
Lo scrivo come provocazione, ma non troppo.
Pochi giorni fa Canva ha annunciato una riorganizzazione che coinvolge 1.271 persone, il 22% del personale. La notizia ha fatto il giro del web soprattutto per il modo "etico" con cui è stata gestita: almeno sei mesi di stipendio, il MacBook aziendale che resta a chi esce, un anno di assistenza sanitaria, la possibilità di chiedere un contributo di 10.000 dollari per avviare una startup. Melanie Perkins l'ha definito il momento più difficile in tredici anni di storia dell'azienda, e tra le cause ha messo anche l'intelligenza artificiale.
Tutto molto bello. Ma, secondo me, totalmente fuorviante.
La notizia non è il taglio
La notizia non è il taglio. La notizia è: dove andrà a lavorare quel 22%?
Sei mesi di stipendio sono un paracadute, non una destinazione. Servono a cadere più piano, non a sapere dove si atterra. E il punto è proprio questo: molte delle mansioni da cui escono quelle persone non le sta assorbendo un concorrente, le sta assorbendo un algoritmo. Non c'è un'altra azienda pronta ad assumerle per fare la stessa cosa, perché anche le altre aziende stanno facendo gli stessi conti.
Siamo dentro una trasformazione che non impiegherà dieci o quindici anni, come è successo con le rivoluzioni industriali precedenti: secondo me ne basteranno due o tre, al massimo. Potrei sbagliarmi sui tempi, ma non sulla direzione. Eppure la società, le scuole e le famiglie sono immobili.
Ragazzi formati per lavori che non ci saranno
Vedo ancora ragazzi instradati verso percorsi di studio tradizionali: ragioneria, compiti d'ufficio routinari, esecuzioni meccaniche. Esattamente quello che l'automazione sta già cancellando.
Per loro non ci sarà nemmeno bisogno di licenziamenti in futuro, con o senza buonuscita etica. Semplicemente, in quel mercato non entreranno mai. Nessuno li caccerà da una scrivania, perché quella scrivania non verrà mai creata.
E la cosa che mi colpisce di più è il silenzio. Le scelte scolastiche si fanno ancora con i criteri di vent'anni fa: "è un diploma che dà sicurezza", "in ufficio si sta bene", "un posto in amministrazione lo trovi sempre". Erano consigli sensati. Oggi rischiano di essere i peggiori che si possano dare.
Tutti programmatori, tutti illuminati
Nel frattempo, sui social è un fiorire di post trionfali: chi ha creato un'app con Claude, chi un sito con Codex, chi si improvvisa senior architect dal divano.
Tutti programmatori. Tutti illuminati.
Lo dico da persona che questi strumenti li usa ogni giorno e ne è entusiasta: fanno cose che fino a poco tempo fa richiedevano un team intero. Ma nessuno parla delle fondamenta.
- Chi valida l'architettura? Un'app che funziona sul proprio computer non è un sistema che regge mille utenti, un attacco o un aggiornamento sbagliato.
- Chi scova le vulnerabilità critiche dietro quel codice generato in batch? Il codice scritto da un'AI può essere ottimo, ma se nessuno è in grado di leggerlo, nessuno è in grado di accorgersi di quando non lo è.
- Chi lo governa quando qualcosa si rompe? Se non hai le basi logiche e tecniche per governare il sistema, quel sistema sarà semplicemente la tua rovina.
Il problema non è usare l'AI per costruire. Il problema è costruire senza sapere cosa si sta costruendo, e scambiare la velocità per competenza.
La migrazione verso il lavoro sul campo
La vera provocazione per i prossimi anni, però, è un'altra: assisteremo a una migrazione di massa forzata verso il lavoro sul campo.
Mentre il lavoro intellettuale intermedio viene compresso a costo quasi zero dagli algoritmi (la pratica da istruire, il report da compilare, il codice standard, la grafica di routine), il valore tornerà nelle mani di chi tocca la materia: l'elettricista, l'idraulico, il tecnico specializzato, il logista. Tutti ruoli che per decenni sono stati disdegnati a favore della "scrivania", considerata il traguardo naturale di chi studiava.
Un algoritmo può progettare l'impianto elettrico di una casa. Non può entrare in quella casa, aprire il quadro e capire perché salta il differenziale ogni volta che piove. Chi sa farlo, oggi, si fa già pagare bene e si fa aspettare settimane. Domani sarà ancora più prezioso.
Non è un ritorno al passato. Anche questi mestieri saranno trasformati dalla tecnologia, e il tecnico che saprà usare l'AI per diagnosticare, progettare e organizzarsi farà la differenza. Ma il cuore del lavoro resterà fisico, concreto, non delegabile a un prompt.
Un moltiplicatore, non un sostituto della testa
Non sono tra quelli che temono l'intelligenza artificiale. La uso, la studio, ci costruisco sopra. Ed è proprio per questo che non mi fido dell'entusiasmo facile.
L'AI è un moltiplicatore straordinario, ma solo per chi sa cosa sta moltiplicando. Moltiplicare una competenza vera produce risultati che prima erano impensabili. Moltiplicare il vuoto produce soltanto più vuoto, più in fretta.
Per tutti gli altri, l'illusione durerà pochissimo.
E allora la domanda che mi faccio, e che vorrei si facessero anche genitori e insegnanti, non è "quale lavoro farà mio figlio", ma "che cosa saprà fare, con le mani e con la testa, che una macchina non potrà fare al posto suo". Una risposta definitiva non ce l'ho. So solo che continuare a fingere che il problema non esista è la risposta sbagliata.
