Per anni ci siamo ripetuti una domanda quasi automatica: “E se mi perdo qualcosa?”
La vivevamo come un istinto naturale, un richiamo a essere sempre presenti, reattivi, aggiornati, allineati al mondo. Poi qualcosa ha iniziato a incrinarsi. Dentro molti di noi è emersa una forma diversa di consapevolezza: la percezione che continuare a rincorrere tutto non ci fa stare meglio.
Ed è proprio da lì che nasce un pensiero nuovo, quasi sorprendente: e se non mi perdo niente?”
È un cambio di prospettiva che non arriva per caso. Viviamo in una realtà che ci vuole ovunque: disponibili, informati, in movimento e “sul pezzo”.
Ma una vita piena non è sempre una vita nostra.
È possibile riempire ogni spazio della giornata e, comunque, non sentirsi davvero presenti. Gli anni trascorsi a inseguire tutto hanno lasciato strascichi: stanchezza mentale, saturazione emotiva, confusione, quella sensazione di sapere ogni cosa e allo stesso tempo non sentire più nulla.
È in questa crepa che si inserisce la JOMO Joy of Missing Out. Non è una fuga dal mondo, ma un modo diverso di restarci dentro. Non significa smettere di esserci: significa smettere di inseguire ogni cosa come se fosse indispensabile.
Sovrastimolazione: una realtà che il cervello non può sostenere
Il nostro cervello non è progettato per reggere il flusso di stimoli della vita contemporanea. Ogni giorno siamo investiti da feed infiniti, chat sempre attive, micro-notifiche, confronti involontari, informazioni che non filtriamo più. È come vivere con un rubinetto mentale aperto senza pause.
Di fronte a questo sovraccarico, la mente tenta di difendersi: rallenta, chiede silenzio, pretende spazi vuoti. Non è un segnale di debolezza, è biologia. Ogni volta che proviamo quella nebbia mentale, quella fatica a restare concentrati, quel desiderio improvviso di staccare da tutto, è il cervello che ci sta dicendo: “Hai superato il limite.”
Ed è proprio qui che va capita una cosa fondamentale: la FOMO, la paura di perdere qualcosa, non è nata con i social. È un meccanismo antico. Migliaia di anni fa appartenere al gruppo significava sopravvivere: essere esclusi voleva dire perdere protezione, cibo, riparo, informazioni vitali.
Il nostro cervello ha imparato a interpretare l’esclusione come un rischio reale, e quell’allarme ancestrale si attiva ancora oggi, anche se il contesto è completamente diverso. Il problema non è l’istinto, ma l’epoca in cui vive.
Un tempo il “gruppo” era composto da poche decine di persone; oggi, attraverso lo schermo, il cervello crede di dover monitorare migliaia di vite contemporaneamente.
Ogni storia e ogni post diventa un segnale che interpreta come urgente:
“Dovrei esserci anche io?”,
“Sto restando indietro?”,
“Perché loro sì e io no?”.
Non è una novità: è lo stesso allarme di sempre, ma acceso nel posto sbagliato.
Ed è proprio a questo livello che la JOMO diventa una risposta evolutiva aggiornata: un modo più maturo di dire al cervello “Non sei in pericolo. Puoi riposare.” Quando iniziamo a concederci il diritto di non inseguire tutto, ci accorgiamo che gran parte di ciò che temevamo di perdere non era nemmeno destinato a noi.
Quando il distacco non è fuga ma ritorno
Anch’io ho attraversato quella fase in cui serviva esserci sempre: rispondere subito, restare allineata, non perdere nulla. Bastava una storia nel weekend per farmi sentire fuori posto: “Forse stanno vivendo più di me.”
È incredibile come un pensiero così breve possa creare un’ombra così lunga.
Poi ho iniziato a potare. Non a chiudermi, ma a recuperare spazio per respirare. Ho eliminato rumori, abitudini e presenze che consumavano più di quanto dessero. In quel processo ho capito una cosa semplice ma decisiva: non è la vita degli altri a ferirci, ma la storia che ci raccontiamo guardandola.
Quando ho cominciato a guardare meno, ho iniziato a vedere meglio. Non la loro vita: la mia.
E il silenzio, che prima temevo, ha iniziato a mostrarsi per quello che è: un luogo in cui tornare.
La JOMO e il suo effetto più sottovalutato: la creatività che torna a respirare
Tra tutti i benefici della JOMO, ce n’è uno poco discusso ma decisivo: la creatività che si riattiva.
Non parlo solo della creatività artistica, ma di quella quotidiana: trovare soluzioni, immaginare scenari, collegare idee, dare forma a intuizioni che prima non vedevamo più.
La creatività non nasce nel rumore: nasce nei vuoti.
Arriva quando cammini, cucini, ti lavi, quando la mente si rilassa e smette di lavorare “in difesa”. È in quei momenti che si attiva la default mode network, la rete cerebrale responsabile delle intuizioni, dei collegamenti imprevisti, dell’immaginazione.
La creatività non ama la folla. Ama il vuoto.
Ridurre gli stimoli non spegne nulla: accende ciò che conta. Quando guardiamo troppo gli altri, assorbiamo troppo. Quando ci distacchiamo, emergono idee che hanno la nostra voce e non quella dell’algoritmo.
A volte basta pochissimo, cinque minuti di silenzio prima di iniziare un lavoro, una passeggiata senza telefoni, un pomeriggio offline, per sentire la mente riorganizzarsi. Il tempo lento non è tempo perso: è tempo intero. E quando smettiamo di viverlo con senso di colpa, scopriamo che la nostra mente era più affollata che occupata.
Cosa succede davvero quando togliamo il rumore
Quando iniziamo a praticare JOMO anche in piccole dosi, accade questo: la mente si riordina, le emozioni si stabilizzano, l’attenzione diventa più profonda, la creatività riprende fiato, le relazioni diventano più intenzionali. E la nostra voce interiore, quella che per mesi è rimasta soffocata, torna udibile.
Sottrarre non è perdere: è fare spazio. È tornare a una versione più autentica di noi stessi, meno reattiva, più presente.
JOMO non è sparire. È scegliere.
È scegliere con chi stare, dove stare, quando stare. Dire “non posso essere ovunque, e va bene così” non è un atto di rinuncia, ma di cura. Significa riconoscere che la nostra attenzione è preziosa, e che non va consegnata a tutto indistintamente.
Quando impariamo a dosarla, ogni parte della nostra vita acquista un peso diverso: più pieno, più presente, più vero.
Perdersi qualcosa è un modo di ritrovarsi
Viviamo in un mondo che ci spinge ovunque, che ci chiede di essere infiniti, disponibili, aggiornati.
La JOMO ci ricorda che possiamo essere solo dove ha senso.
La profondità nasce nei vuoti, la creatività nel silenzio, la calma nella scelta.
Il valore non sta nel partecipare a tutto, ma nel riconoscere ciò che ci nutre.
E alla fine resta una frase semplice, ma liberatoria:
Non tutto mi riguarda. Ed è una fortuna.
In my humble opinion.
“Ci sono parole che accarezzano e parole che sfiorano. La differenza è sempre nell’intenzione.” Quante…
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